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Il Torino non c'è più


"Il Torino non c'è più. Scomparso, bruciato, polverizzato. Una squadra che muore, tutta assieme, al completo, con tutti i titolari, colle sue sue riserve, col suo massaggiatore, coi suoi tecnici, coi suoi dirigenti, coi suoi commentatori.
È morto in azione. Tornava da una delle sue solite spedizioni all’estero, dove si era recato in rappresentanza del nome dello sport italiano.
Un urto terribile, uno schianto – ai piedi di una chiesa, di una basilica, addirittura – una gran fiammata. E poi più nulla. Il silenzio della morte.
Se non fosse che li abbiamo visti noi, morti, aiutando nelle operazioni ufficiali di identificazione dei cadaveri, ci rifiuteremmo di credere a quanto avvenuto. Giuocatori che erano l’orgoglio della nostra città e dell’Italia sportiva tutta, ragazzi sani, pieni di salute, sprizzanti energia da ogni poro, uomini che erano le speranze nostre per le lotte cogli stranieri, ridotti in quelle condizioni!
Menti, che venivi a confidarti con me ogni tanto, Ballarin che tanta paura avevi di perdere il posto in Nazionale dopo la partita di Zurigo, Rigamonti che t’ho fatto piangere l’anno scorso a Parigi prima della partita colla Francia, Grezar che mi corresti dietro la settimana scorsa per offrirmi una birra e per chiedermi se in realtà anch’io ti ritenessi un "vecio".
Maroso, tu il vero puro sangue dell’ultima generazione, Valentino Mazzola che facevi i capricci, mi davi dei grattacapi e poi mi scrivevi per chiedermi scusa, Loik che a gare finite amavi il bicchiere di vino buono, Voi tutti che mi foste compagni nelle lotte per il buon nome, e che mi rimproveraste quando Vi lasciai, pochi mesi fa, ora siete Voi a lasciare me, il che può anche essere poco, a lasciare l’ambiente e la vita, ed è tutto.
Dicevo sovente con Voi, scherzando, che io ero un po’ come il portinaio di San Pietro, per cui cose nuove, belle o brutte, in senso assoluto più non esistono. Me l’avete procurata Voi, colla Vostra scomparsa collettiva e fulminea, la sensazione nuova: sotto forma di uno strazio che non ha nome."

Vittorio Pozzo





Pozzo e Meisl: la grande rivalità degli anni '30


Vittorio Pozzo e Hugo Meisl. I due più grandi allenatori del calcio mondiale degli anni '30 assieme all'inglese Herbert Chapman. Due "quasi" amici. Due persone che si stimavano profondamente, accomunate dalla passione per il calcio e da una cultura e competenza - sportiva e non solo - decisamente sopra la media.
Ma anche due fieri avversari. Il loro duello in panchina ha infiammato i campi europei per quasi un decennio. La loro rivalità non era dettata solo dal fatto che fossero le guide di Italia e Austria, che nei primi anni ‘30 erano le due migliori nazionali del mondo. La loro rivalità era forte perché italiani e austriaci erano “nemici giurati” dalla Guerra d’Indipendenza e si erano combattuti alacremente anche qualche anno prima, durante la Grande Guerra. Conflitto a cui sia Pozzo sia Meisl avevano preso parte. L’allenatore torinese era stato tenente del 3° Reggimento Alpini, un’esperienza che gli era servita per imparare quei valori di lealtà, di onore, di rispetto del gruppo e dei ruoli che avrebbe poi trasferito nella carriera di allenatore. Quello austriaco aveva combattuto nelle file dell’esercito austro-ungarico sull’Isonzo e a Caporetto, ricevendo poi la medaglia d’oro al valore militare una volta tornato a Vienna.
La rivalità tra Pozzo e Meisl però era sentita anche per il differente credo calcistico. Pozzo metteva il gruppo e il risultato sopra ogni cosa. Per lui erano importanti la compattezza, la solidità della difesa, la mentalità pragmatica, le ripartenze veloci e fantasiose. Lo spettacolo? Importante sì, ma comunque secondario alla vittoria.
Meisl era l’opposto. Era cresciuto immerso nella cultura asburgica, che mescolava la cultura tedesca, quella slava e quella ebraica (era figlio non casualmente di due banchieri ebrei viennesi) ed era un convinto sostenitore del “Donaufussball”, il calcio danubiano basato su raffinatezza estetica, dominio del gioco e degli spazi, triangoli stretti e scambi di posizione tra i giocatori.
Se Pozzo a grandi linee può essere considerato il “papà” di gente come Rocco ed Herrera, Bearzot e Trapattoni, Lippi e Capello, Mourinho e Simeone, Meisl fu il progenitore dei vari Sebes, Michels, Sacchi, Guardiola...
Pozzo e Meisl si sono affrontati in sfide non amichevoli sei volte, cinque in Coppa Internazionale (competizione antesignana dei moderni Europei) e una al Mondiale ‘34. Il bilancio vede Pozzo in vantaggio con tre successi a due, ma il sesto incontro, nel 1937, venne sospeso al 29’ della ripresa per motivi di ordine pubblico sul 2-0 per gli austriaci. Il match più importante, quello della semifinale mondiale del 1934, vide una vittoria di misuria dell’Italia, un 1-0 firmato Guaita con non poche polemiche per l’arbitraggio - giudicato eccessivamente casalingo - dell’arbitro svedese Eklind. Sul piano dei risultati di squadra l’Italia di Pozzo ha conquistato oltre al Mondiale 1934, i successi nelle Coppe Internazionali 1930 e 1935; mentre l’Austria di Meisl ha portato a casa la Coppa Internazionale 1933. Il loro duello avrebbe potuto riproporsi al Mondiale 1938, che fu nuovamente appannaggio degli azzurri. Ma nel 1937 Meisl morì a 55 anni per un attacco cardiaco. E l’anno dopo l’Austria terminò i suoi giorni di nazione libera, annessa di forza dalla Germania di Hitler.

Niccolò Mello


Immagine tratta da http://www.1000cuorirossoblu.it/news/57-calcio/17933-grandi-allenatori-03-pozzo-meisl-e-l-avvento-del-metodo





Il tabù inglese: quattro sfide, zero vittorie


Mondiali, Coppa Internazionale, Olimpiade: Vittorio Pozzo in carriera ha vinto tutto. Chiunque invidierebbe un palmares come il suo. Un piccolo cruccio però il ct torinese di origini ponderanesi ce l’ha: non è mai riuscito a battere quelli che lui considerava i maestri, ossia gli inglesi.
Quattro sfide tutte in amichevole, visto che i sudditi di Sua Maestà all’epoca non erano ancora scesi dal piedistallo della loro presunta superiorità per affrontare il resto del mondo in competizioni ufficiali. Il bilancio per Pozzo fu di due pareggi e due sconfitte. Un piccolo neo soprattutto per uno come lui, che aveva studiato il calcio in Inghilterra e dalla cui cultura sportiva prese non pochi spunti per edificare il suo ciclo d’oro in azzurro.
La prima volta che l’Italia affrontò gli inglesi fu il 13 maggio 1933 a Roma. Finì 1-1: Giovanni Ferrari, campione della Juventus, aprì le danze dopo soli 4 minuti, ma a inizio ripresa l’Inghilterra raggiunse il pari con Cliff Bastin, ala sinistra dell’Arsenal di Herbert Chapman, a quei tempi la più forte formazione inglese. La seconda occasione fu il famosissimo match del 14 novembre 1934, passato alla storia come “La Battaglia di Highbury”, in cui la nazionale di casa ospitava i freschi campioni del mondo. L’inizio per l’Italia fu terrificante: dopo un minuto Carlo Ceresoli, portiere italiano, parò un rigore. L’azione successiva si fece male Luisito Monti, centromediano e perno del gioco azzurro: non essendo ancora previste le sostituzioni, Pozzo fu costretto a spostarlo in fascia. Dall’8° al 12° l’Inghilterra sembrò archiviare la pratica segnando tre reti, due con Eric Brook e la terza con Ted Drake. C’erano tutti i presupposti per subire una goleada, ma la tempra italiana non si sciolse. Nella ripresa, sostenuta dalla carica agonista di Attilio Ferraris, portato da Pozzo nel ruolo di centromediano al posto dell’infortunato Monti, l’Italia prese coraggio. Giuseppe Meazza segnò due reti e all’ultimo minuto colpì una traversa, fallendo così di pochissimo il clamoroso pareggio. L’Inghilterra aveva vinto, ma l’Italia fu la vincitrice morale dell’incontro e il giorno dopo i giornali inglesi omaggiarono la prova degli uomini di Pozzo e in particolare di Meazza: «Abbiamo conosciuto il più grande».
Epico fu anche il terzo match, giocato a Milano il 13 maggio 1939: l’Italia, che aveva bissato il titolo mondiale in Francia l’anno prima, si presentava da favorita, ma sprecò numerose occasioni e non andò oltre il 2-2: al vantaggio inglese con Tommy Lawton, gli azzurri risposero a inizio secondo tempo con la rete del bolognese Amedeo Biavati, che ridicolizzò per tutto il match, con il suo famoso “doppio passo”, il terzino sinistro inglese Eddie Hapgood, uno dei più grandi di sempre nel ruolo. Silvio Piola a metà ripresa infilò il 2-1, prima del definitivo 2-2 a nemmeno un quarto d’ora dal termine di Willie Hall.
I presupposti per conquistare un successo al cospetto dei maestri sembravano esserci tutti nella quarta partita, il 16 maggio 1948 a Torino. L’Italia, innervata da sette elementi del Grande Torino, andò però incontro a una debacle epocale perdendo per 4-0. Il povero terzino sinsitro azzurro Alberto Eliani della Fiorentina andò in crisi contro la classe dell’ala destra inglese Stanley Matthews. L’Italia tenne per larghissimi tratti il pallino del gioco, ma venne fulminata in contropiede: un paradosso per un Paese come il nostro che della difesa e delle ripartenze in velocità ha fatto un marchio di fabbrica. Le reti di Stanley Mortensen, Tommy Lawton e la doppietta di Tom Finney fecero precipitare il regno di Pozzo e la successiva eliminazione subita dalla Danimarca nei quarti delle Olimpiadi di Londra 1948 sancì l’esonero del massimo allenatore del calcio italiano. Che vinse tutto, ma non riuscì mai a togliersi lo sfizio di sconfiggere i maestri. A proposito: due anni dopo quella stessa nazionale inglese che aveva umiliato l’Italia a Torino fu estromessa al primo turno del Mondiale brasiliano dai dilettanti americani...

Niccolò Mello


Immagini tratte da http://www.mole24.it e https://pistolato.wordpress.com





Il calcio secondo Vittorio Pozzo


Vittorio Pozzo aveva fatto del calcio la sua etica di vita, e lo aveva ben spiegato nell'introduzione al suo libro "Campioni del Mondo, quarant'anni di storia del calcio italiano", un'autobiografia sul filo dei ricordi di tanti anni sui campi sportivi.
Lo ha fatto riprendendo un articolo degli anni trenta, che ci pare ancora attualissimo, al di là del linguaggio datato.
L'articolo è dedicato "a quanti, in tanti anni di lotte sui campi di giuoco, ho conosciuto in buona fede ed in onestà di sensi sportivi".

Questo nostro sport del calcio, che affascina le folle, è un moralista. Non lo si direbbe a giudicare do certe intemperanze che avvengono Sui campi di giuoco od attorno ad essi, ma così è. Lo è come prima cosa nei regolamento, che costituisce la quintessenza della praticità e della saggezza assieme.
Il regolamento permette l'urto maschio e vigoroso fra uomo e uomo; non ammette il colpo proditorio. Il regolamento ferma nel << fuori giuoco >> il giocatore che, colla posizione che assume, tenta di frodare l'avversario. Il regolamento non permette l'uso di mezzi illeciti, infligge ai colpevoli punizioni di diverse gravità a seconda delle infrazioni commesse; espelle il recidivo, il violento intenzionale e le misure che esso contempla a danno di chi ha mancato sono tutte contemperate alle situazioni che dalle mancanze son state create : dalla rimessa laterale, al fallo ad uno o due calci, al calcio d'angolo, su fino al rigore.
Le norme che regolano il giuoco impongono il principio dell'autorità, senza di cui l'ordine non può esistere. Delegano una persona a decidere nei casi controversi, ed esigono dai contendenti pieno rispetto nei riguardi di essa: quel rispetto senza il quale nessuna vita in comune fra uomo e uomo è possibile.
In applicazione di queste norme il campionato pone tutti coloro che vi partecipano so uno stesso piano: fa giuocare ogni contendente una volta sul proprio campo ed una volta in casa altrui; dà tempo e modo a chi sbaglia di riprendersi; non fa dipendere il risultato da un'ora di euforia o da un momento di disgrazia; aspetta a fare la somma dei meriti e dei demeriti messi in mostra in una lunga serie di prove distribuite nel tempo, per attribuire il titolo di vincitore.
Il giuoco e profondamente umano. Degli uomini che lo praticano, ed anche di quelli che vi assistono, mette in luce doti e difetti con assoluta sincerità.
Rivela le qualità subdole degli uni e l'animo fermo degli altri. Indica chi sa stare calmo nelle avversità. Distingue il vile dall'eroe. Ammette che in determinate circostanze, si possa cadere ed offre con immediatezza il destro perché ci si possa riprendere.
Svela ambizioni, interessi, debolezze, tempre e caratteri.
Il giuoco molto spesso ''castigat ridendo mores'' colle situazioni che crea, con gli episodi a cui dà luogo, colle contraddizioni di contegno che negli uomini, mette in mostra. Il giuoco sceglie due schiere d'uomini, Ii fa forti e robusti, Ii prepara alla lotta, Ii sostiene, Ii incita, ne fa due strumenti duri, volitivi, contundenti; poi Ii prende, Ii lancia gli un contro gli altri, e una volta che sono nell'agone interviene e non vuole che si lascino guidare dai bassi istinti e Ii costringe a sostenere ognuno la propria ragione senza che dai binari della regolarità e della correttezza si esca.
Vuole la cortesia, che in fondo è la vita, ma vuole che essa sia improntata ad onestà, a nobiltà quasi.
Questo è il regolamento. Che poi da esso, come nella vita, qualcuno sgarri, è un altro conto. Il giuoco non diminuisce della sua grandezza per questo e del suo significato morale.


Piervittorio Pozzo





Storia di un italiano


Un uomo di grande cultura, cosmopolita, contagiato da una passione che lo accompagna per tutta la vita riservandogli innumerevoli successi, ma senza risparmiargli momenti drammatici: oltre la cronaca sportiva, il racconto degli anni d'oro del calcio è un poema epico fatto di sfide leggendarie, trionfi e tragedie, grandi campioni che somigliano ad eroi.
Pozzo è un ferreo, genuino piemontese nato a Torino il 2 marzo 1886, la sua famiglia è originaria di un piccolo centro della provincia di Biella: l'etica del lavoro e della disciplina fa parte del suo corredo genetico, tanto da spronarlo ad intraprendere numerosi soggiorni all'estero per lavorare e consolidare i suoi studi in lingue; inoltre, un attaccamento fuori del comune agli emblemi nazionali, quasi un retaggio risorgimentale, ne fa un fervente patriota.
Negli stessi anni, gli ultimi del diciannovesimo secolo, si assiste ad una vera e propria esplosione del fenomeno sportivo (anche grazie all’opera del barone de Coubertin, che riesce tra mille difficoltà ad organizzare le prime Olimpiadi moderne nel 1896), ma il football inventato – o meglio, regolamentato – dai facoltosi studenti delle Università inglesi è già diventato un gioco che intrattiene le classi lavoratrici, e che comincia a diffondersi in tutto il mondo grazie a immigrati ed emigranti.
Anche in Italia dunque fioriscono, con i primi esempi proprio a Torino, associazioni sportive che si interessano di atletica e della nuova, curiosa disciplina importata dall’Inghilterra: nel 1893 viene fondata la prima squadra di calcio italiana, il Genoa Cricket and Athletic Club, alla quale seguono in breve tempo Udinese (1896), Juventus (1897), Milan (1899), Pro Vercelli (1892, ma solo dal 1900 dedicata al calcio); progressivamente sorgono società calcistiche in ogni città del Nord fino a costellare poi tutta la penisola.
Nel 1898 nasce la Federazione Italiana Football (FIF, destinata a cambiare dopo nove anni la propria denominazione in Federazione Italiana Giuoco Calcio), che istituisce il primo campionato nazionale.
Quando Vittorio Pozzo ritorna in Italia ventenne per terminare gli studi, dopo gli anni trascorsi in Francia, Inghilterra e Svizzera, è un profondo conoscitore del calcio: ha avuto la possibilità di sviluppare una dettagliata competenza tecnica grazie agli insegnamenti assimilati dagli inglesi (veri maestri della disciplina, i primi ad elaborare moduli tattici e a fare del calcio un’attività professionistica), ed ha militato per un’intera stagione nelle fila dei Grasshoppers di Zurigo. Aderisce quindi con entusiasmo alla fondazione del Torino Football Club, la squadra degli juventini “dissociati”, tra cui lo stesso presidente Alfredo Dick, alla quale resterà legato per tutta la vita.
E’ il 1906, e per gli italiani il calcio ha ancora un sapore romantico, artigianale ma forse troppo disorganizzato: l’esperienza di Pozzo può rivelarsi determinante in una compagine giovane ed esordiente come il Torino. Dopo cinque anni di attività agonistica, per la verità non particolarmente brillante, che affianca come un diletto al parallelo lavoro di responsabile dell’ufficio propaganda presso la Pirelli, gli viene infatti affidata la direzione tecnica della squadra: un ruolo che manterrà per un decennio, pur senza scudetti, ma coronato da una spettacolare tournée in Sudamerica.
L’amore di Pozzo per il pallone è così grande che nel 1912, quando gli viene proposta la guida della nazionale inviata alle Olimpiadi di Stoccolma, abbandona addirittura il suo incarico da dirigente alla Pirelli. La divisa ufficiale della squadra è nel frattempo divenuta azzurra, in omaggio alla casa reale, e lo stemma sabaudo sembra un richiamo irresistibile per Pozzo. Come commissario unico della nazionale ha la sola pretesa di non ricevere alcun compenso, ma la squadra viene eliminata al primo turno e torna ad essere affidata ad un comitato tecnico eterogeneo.

Con il Primo conflitto mondiale, le competizioni calcistiche sono interrotte per tre anni, dal 1916 al 1919, ma fin dallo scoppio della guerra il mondo del pallone è costretto ad offrire un oneroso tributo: sono numerosi gli addetti del settore, compresi giocatori ed allenatori, chiamati al fronte ed oltre mille di essi sono destinati a perdere la vita in trincea.
Anche Vittorio Pozzo deve imbracciare le armi e viene arruolato come tenente negli Alpini: questa esperienza, se da un lato rafforza in lui il sentimento patriottico e la morale austera del sacrificio, dall’altro lo abitua ad uno stretto e solidale contatto con i soldati, i suoi “uomini sul campo”.
A guerra conclusa, l’assetto del calcio italiano si avvia ad una ristrutturazione caratterizzata anche da episodi di discordia (come la scissione della Confederazione Calcistica Italiana dalla FIGC nel 1922, rientrata l’anno successivo), ma Pozzo rimane un punto fermo e, dopo un breve incarico amministrativo e di mediazione tra le società, assume nuovamente la gestione della nazionale per le Olimpiadi di Parigi del 1924: la spedizione è meno sfortunata rispetto a Stoccolma perché termina ai quarti di finale, ma l'allenatore rassegna ugualmente le dimissioni.
Ritiratosi al vecchio lavoro in Pirelli, Pozzo perde dopo breve tempo la moglie ammalata e decide di trasferirsi a Milano, dove coltiva il suo interesse per il calcio soltanto attraverso le pagine de “La Stampa”, il giornale con cui non ha mai smesso di collaborare.

La squadra nazionale comincia senza Pozzo ad ottenere i primi riconoscimenti, e conquista nel 1928 un bronzo alle Olimpiadi di Amsterdam; il regime fascista, che intende cavalcare le vittorie sportive a fini propagandistici, ha intuito le enormi potenzialità delle competizioni agonistiche non solo come veicolo di prestigio internazionale, ma anche come fattore aggregativo e formativo funzionale all'inquadramento militaresco delle masse.
Si decide di investire nella costruzione di grandi impianti nelle principali città e nella promozione delle associazioni, segnali inequivocabili di un processo di maturazione per il calcio italiano che, sebbene motivato e sostenuto da scopi politici, prepara il terreno ad una crescita della stessa squadra nazionale, pronta finalmente a rendersi protagonista di una lunga stagione di trionfi.
Nel 1929 il gerarca Leandro Arpinati, già vice segretario del PNF e podestà di Bologna, divenuto sottosegretario agli Interni conservando la presidenza della federcalcio, richiama Pozzo alla nazionale per dare inizio ad un nuovo corso che realizzi le ambiziose prospettive del regime. Le ingerenze del partito non intimoriscono l’allenatore, che persiste nel rifiutare compensi al fine di assicurarsi l’autonomia necessaria a gestire il suo gruppo di giocatori: introduce per la prima volta l’abitudine del ritiro in preparazione degli incontri, e come in una caserma organizza gli orari, i pasti, la vita quotidiana degli atleti.
Il rigore imposto da Pozzo negli allenamenti si traduce anche nella disposizione tattica sul campo: l’esaltazione della forza collettiva della squadra richiede un’applicazione inflessibile degli schemi, ed ogni giocatore deve attenersi alla posizione assegnata. Con Pozzo, e parallelamente anche per merito del suo rivale austriaco Hugo Meisl, nasce così il “metodo”, lo schieramento a “WW” che si pone come una solida alternativa alla “piramide rovesciata di Cambridge” e al “sistema WM” sviluppati dal calcio inglese. Il “metodo” prevede l’arretramento dei difensori laterali e delle mezzale, e lo spostamento del difensore centrale a sostegno del centrocampo per farne un centromediano: la disposizione si rivela particolarmente adatta allo stile di gioco continentale, più protetto e votato al contrattacco anche se forse meno elegante rispetto alla tradizione britannica, ed inizia a dare i suoi frutti.
L’Italia di Pozzo non prende parte ai mondiali organizzati nel 1930 in Uruguay, ma nello stesso anno si aggiudica la prestigiosa Coppa Internazionale, un torneo riservato alle maggiori squadre europee, sconfiggendo l’Ungheria di Sarosi e la temibile Austria di Meisl, capitanata dal grande Matthias Sindelar e soprannominata “Wunderteam”. La più importante affermazione è attesa però per il mondiale del 1934, il campionato ospitato in Italia e grandiosamente allestito come una solenne celebrazione del regime. Non partecipano né i campioni uscenti dell’Uruguay, mal disposti ad una trasferta onerosa, né la micidiale squadra inglese, che si considera troppo forte per misurarsi con le scuole degli altri Paesi; pur con qualche polemica dovuta agli arbitraggi l’Italia si guadagna la finale: il 10 giugno 1934, allo stadio del PNF di Roma (l’odierno Flaminio), gli azzurri sconfiggono la Cecoslovacchia per 2 a 1 e conquistano per la prima volta la tanto agognata Coppa Rimet.
La presenza di campioni come Giuseppe Meazza, Angelo Schiavio, Giovanni Ferrari, Raimundo Orsi, e l’indiscusso carisma di Pozzo garantiscono che la vittoria non resti un episodio isolato ma sia la consacrazione di un ciclo appena inaugurato e destinato a raccogliere successi per quasi un decennio. Anche una sconfitta, come il 3 a 2 maturato nello stadio di Highbury contro gli inglesi il 14 novembre 1934, passa alla storia come una prova di formidabile coraggio e determinazione agonistica; dopo aver riconquistato nel 1935 la Coppa Internazionale, detenuta dagli austriaci dal 1932, l’Italia si presenta alle Olimpiadi di Berlino del 1936 con una formazione di giovani studenti non professionisti e, trascinata dai gol della talentuosa ala destra Annibale Frossi, raggiunge la medaglia d’oro.
All’inaugurazione dei mondiali disputati in Francia nel 1938, la nazionale italiana è dunque la squadra da battere: la difesa granitica, l’irresistibile contropiede e l’apporto delle nuove stelle Piola e Colaussi ne fanno il concorrente più quotato, anche se la lunga ombra del fascismo ha già iniziato ad attirare sui campioni numerose antipatie. Quando gli azzurri scendono in campo con la maglia nera, contro i padroni di casa, sono insistentemente fischiati.
Del resto, tutta la manifestazione risente pesantemente del clima di tensione che si respira alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale: la formidabile Austria di Meisl viene esclusa perché incorporata, dopo l’annessione, alla nazionale tedesca e nemmeno la Spagna, sconvolta dalla guerra civile, partecipa al torneo. Per l’Italia, imbattuta da oltre tre anni, il cammino verso la vittoria del secondo titolo mondiale è una progressione inarrestabile che travolge i padroni di casa francesi, un Brasile quotato ma ancora non pienamente sbocciato, e l’agguerrita Ungheria arrivata in finale: a Parigi, il 19 giugno 1938 gli azzurri si laureano campioni per la seconda volta.
Le straordinarie prestazioni della squadra sembrano non conoscere soste, tanto da costringere anche la superba nazionale inglese al pareggio (2 a 2, il 13 maggio 1939), ma la guerra interrompe bruscamente la speranza di conquistare altre vittorie internazionali: i campionati mondiali del 1942 vengono annullati, e dovranno trascorrere altri otto anni prima che i mondiali di calcio, il più grande spettacolo sportivo, riprendano nuovamente.

Rifugiatosi durante la guerra nella casa di famiglia a Ponderano, nel biellese, al termine del conflitto Pozzo ritorna in città e riprende l’incarico di commissario tecnico della nazionale, nella speranza di garantire con la sua straordinaria esperienza ed un inarrivabile palmares altre importanti vittorie.
Lo sport, catalizzando l’euforia collettiva senza distinzioni politiche, può contribuire alla ricostruzione del Paese e grandi campioni come Coppi e Bartali per il ciclismo, o i giocatori del Grande Torino nel calcio, sembrano incoraggiare gli italiani, confermando che non tutto è stato perduto con la guerra.
Pozzo è in effetti legato a doppio filo alla leggendaria formazione torinese: non smette mai di frequentare la società con cui è iniziata la sua avventura, la nazionale del dopoguerra è composta per nove undicesimi da giocatori granata, ma il suo schema del “metodo” è ormai considerato rigido se non addirittura obsoleto, ed inoltre comincia ad essere dipinto come un personaggio troppo compromesso con il fascismo: i suoi trionfi appartengono ad un periodo che si preferisce dimenticare.
Una presunta adesione alla Repubblica di Salò viene smentita dallo stesso archivio del commissario tecnico: fin dal settembre 1943, Pozzo partecipa al Comitato di Liberazione Nazionale, collaborando al rilascio di alcuni prigionieri Alleati. In realtà Vittorio Pozzo è un monarchico, un nazionalista convinto, mai apertamente antifascista (per l’importanza dell’incarico ricoperto, che mai gli sarebbe stato affidato altrimenti), ma non un burattino dei gerarchi: la squadra due volte vittoriosa ai mondiali è una sua creatura e non del regime, è il risultato di un lavoro determinato e paziente sulle qualità umane del gruppo prima ancora che sulla disposizione tattica o le caratteristiche tecniche.
Il 16 maggio 1948 è la data che segna il definitivo tramonto della stagione di Pozzo: a Torino, l’ennesima sfida contro l’Inghilterra è persa con l’umiliante risultato di 0 a 4. Gli inglesi si confermano come un’autentica “bestia nera” (l’Italia otterrà la sua prima vittoria soltanto nel 1973, a quarant’anni dal primo incontro tra le due squadre, espugnando il celebre stadio di Wembley) e dopo la pesante umiliazione casalinga Pozzo si dimette per l’ultima volta.
Lasciata la nazionale, Pozzo non abbandona comunque il calcio, che resta la passione di tutta una vita: come giornalista de “La Stampa”, è un modello di competenza sportiva che diventa un punto di riferimento per tutta la categoria e si guadagna una reputazione di infallibilità presso i lettori; come consigliere federale partecipa alla creazione del Centro Tecnico di Coverciano, oggi divenuto un vero e proprio quartier generale per il calcio italiano, mettendo a disposizione la sua impareggiabile esperienza.
Con coraggio, ma anche in uno struggimento simile a quello di un padre addolorato, è chiamato a riconoscere i corpi dei giocatori e dei dirigenti del Torino periti nell’incidente aereo di Superga il 4 maggio 1949.
Vittorio Pozzo si spegne nel silenzio e nell’isolamento della casa di Ponderano il 21 dicembre 1968, proprio nell’anno in cui l’Italia torna a vincere dopo anni di digiuno, conquistando il campionato europeo. Desta particolare rimpianto l’aver perso, in occasione dei campionati mondiali del 1990, l’opportunità di intitolare il nuovo stadio torinese a Vittorio Pozzo, preferendo invece l’insipida denominazione di “Delle Alpi”.
La sua lapide al cimitero di Ponderano recita: “Vive nel futuro. Dove l’azzurro delle maglie diventa l’azzurro dei cieli”. Eppure, dopo tanti anni e nuove vittorie, l’Italia sembra essersi dimenticata del suo più grande allenatore, l’uomo che per primo seppe trasformare una disciplina sportiva immatura in una favola emozionante: sarebbe ormai giunto il tempo di restituire alla favola un degno lieto fine.

Immagini e testo tratti da https://storiedicalcio.altervista.org/blog/pozzo-vittorio-storia-di-un-italiano.html





Il padre del "calcio all'italiana"


E' stato il padre del calcio italiano. Tatticamente e non solo in termini di risultati. Vittorio Pozzo fu l'allenatore che consentì all'Italia di vincere tutto nel decennio 1930-1940, ma anche lo stratega che con il suo Metodo (WW) e il suo stile di gioco influenzò in modo decisivo lo sviluppo del cosiddetto "calcio all'italiana".
Aveva appreso i rudimenti del "football" attraverso significative esperienze maturate da giovane in Inghilterra, Francia e Svizzera. Gli anni da alpino nella Grande Guerra poi ne avevano temprato il carattere e convinto che il gruppo fosse più importante dei singoli. Dopo aver guidato l'Italia alle Olimpiadi di Stoccolma 1912 e a quelle di Parigi 1924, venne richiamato in via definitiva dal presidente federale Leandro Arpinati nel 1929. L'Italia, che nel corso degli anni '20 si era già trasformata in una potenza sul suolo continentale ottenendo un favoloso bronzo olimpico ad Amsterdam '28, con l'avvento di Pozzo salì l'ultimo gradino diventando la principale potenza mondiale. La squadra, tatticamente e come filosofia di gioco, rispecchiava in pieno gli ideali e i valori del ct originario di Ponderano. Fedele al Metodo, Pozzo pretendeva dai suoi disciplina ferrea e attenzione ai dettagli. Curava ogni particolare della dieta e obbligava i giocatori a seguire in modo rigido gli esercizi e gli orari degli allenamenti. Gruppo, solidità mentale, forza difensiva e velocità in fase di ripartenza: erano questi i dettami del suo credo. Non un rivoluzionario, dunque, ma un uomo ancorato alla realtà, alla razionalità, al pragmatismo. Per lui il risultato era più importante del bel gioco. Un precursore del calcio italiano, capace di anticipare quel "catenaccio & contropiede" ufficializzato dalla creazione della scuola calcio di Coverciano negli anni '60 e reso grande da Viani e Rocco, Bearzot e Trapattoni, Lippi e Capello. Nello schieramento tattico di Pozzo le figure chiave erano: i due terzini che dovevano giocare molto bassi e, liberi da compiti di marcatura diretta, chiudere in seconda battuta sugli attaccanti avversari; il centromediano, al contempo stopper e regista arretrato; le due mezzali. Rispetto al Metodo del collega e rivale austriaco Hugo Meisl, più incentrato sul possesso palla e il dominio degli spazi e dove i due interni erano di fatto dei veri e propri attaccanti, Pozzo voleva che almeno uno dei due fosse un uomo di raccordo con il centrocampo. Compito che spettava a Giovanni Ferrari, inesauribile "motorino" dotato di fosforo e sostanza, mentre l'altro interno Giuseppe Meazza, più offensivo, era il genio con estro e tecnica superiori. Naturalmente la tattica e le idee del ct da sole non bastavano: per passare dalla teoria alla pratica erano fondamentali le doti tecniche. E l'Italia in quel decennio produsse una quantità di talenti da fare spavento. Un connubio perfetto che consentì in otto anni di conquistare due titoli mondiali, due Coppe Internazionali (antesignane dei moderni Europei) e l'oro olimpico di Berlino '36 con gli studenti. Ancora oggi quello di Pozzo è il ciclo più vincente della storia azzurra.

Niccolò Mello







La nascita del mito


Se si pensa all'Italia di Vittorio Pozzo, la mente corre subito ai titoli mondiali del 1934 e del 1938.
Ma qual è stata la partita che ha avviato quel ciclo quasi irripetibile? Si è giocata l'11 maggio 1930 a Budapest. Era l'ultimo incontro della Coppa Internazionale - una sorta di Europeo ante litteram -, competizione che veniva giocata su più anni e vedeva al via l'Italia, le tre potenze del calcio mitteleuropeo (Austria, Cecoslovacchia e Ungheria) e la Svizzera.
L'Italia di Pozzo era arrivata all'atto conclusivo a 9 punti, appaiata all'Ungheria, e a -1 dalle capoliste Austria e Cecoslovacchia. Chi tra azzurri e magiari avesse dunque vinto la partita di Budapest sarebbe salito a 11 punti aggiudicandosi il successo finale e conquistando l'ambita coppa in cristallo di Boemia.
L'Italia aveva vinto la partita di andata, giocata a Roma il 25 marzo 1928, per 4-3. Era stato quello il primo successo ottenuto al cospetto dei maestri ungheresi. Pochi però pensavano che la storia potesse ripetersi, soprattutto perché in casa l'Ungheria pareva una corazzata difficilmente battibile. I giornali di Budapest, alla vigilia del match, celebrarono la vittoria come certa. La sottovalutazione dell'avversario però è un peccato che si paga spesso carissimo.
Pozzo presentò una formazione arcigna e combattiva, impostata secondo lo schema del Metodo, sistema di gioco a lui caro: davanti al portiere della Juventus Combi presentò una linea difensiva imperniata sui terzini Monzeglio (Bologna) e Calligaris (Juventus) con Colombari (Torino) e Pitto (Bologna) mediani laterali a occuparsi delle ali. Il centromediano, stopper e regista arretrato, era Ferraris IV (Roma). A creare gioco sulla trequarti toccava al sommo Baloncieri (Torino), il più grande calciatore azzurro degli anni '20, e a Magnozzi (Livorno). Costantino (Bari) e l'oriundo Orsi (Juventus) erano le ali. La vera mossa a sorpresa fu il centravanti: il ct di origini ponderanesi puntò sul 20enne Meazza (Ambrosiana Inter) alla quarta presenza in azzurro.
Pozzo era consapevole delle superiori doti di palleggio degli avversari in mezzo al campo. Li lasciò così sfogare nei primi minuti per poi fulminarli in fase di ripartenza al momento opportuno. La sua filosofia era la base del calcio all'italiana del dopoguerra, fatto di pragmatismo, difesa e ribaltamenti di fronte. Il copione si ripetè identico per tutto l'incontro: l'Ungheria tenne maggiormente in mano il pallino del gioco, ma si espose fatalmente al contropiede azzurro, andando incontro a una lezione solenne. Finì con un incredibile trionfo azzurro per 5-0 e la parte del leone spettò proprio a Meazza, la carta vincente di Pozzo. Il giovane Peppìn segnò tre reti di pregevole fattura: una di classe dopo un dribbling secco al difensore Turay e al portiere Aknai; un'altra di rapina correggendo in rete un cross di Ferraris IV da destra respinto malamente da Aknai; e una terza di furbizia deviando da pochi passi un cross pennellato di Orsi dal lato sinistro.
Quel successo, oltre a consegnare all'Italia la Coppa Internazionale, proiettò il nostro calcio in una nuova dimensione, aprendo la strada per un decennio di dominio totale sul resto del mondo.


UNGHERIA-ITALIA 0-5
Marcatori: pt 17' Meazza; st 20', 25' Meazza, 27' Magnozzi, 39' Costantino.
Ungheria: Aknai - Koranyi, Fogl - Borsanyi, Turay (c), Vig - Markos, Takacs, Opata, Hirzer, Titkos.
Italia: Combi - Monzeglio, Calligaris - Colombari, Ferraris IV, Pitto - Costantino, Baloncieri (c), Meazza, Magnozzi, Orsi.

Niccolò Mello


Immagine tratta da http://carmelosilva.blogspot.it/2017/08/1930-coppa-internazionale-ungheria.html





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